di Giorgio Ridolfi

Nella quiete di un salotto newyorkese, una donna dai capelli raccolti con cura siede accanto al camino. Ha superato i cinquant’anni, ma nel volto conserva il riflesso di una giovinezza indomabile. È Malvina Cavallazzi, già prima ballerina degli Stati Uniti, ma prima ancora, molto prima, una ballerina ravennate che conquistò Roma in un tempo in cui danzare non era mai soltanto danzare. Tra le mani tiene una fotografia sbiadita del Teatro Argentina, la osserva a lungo, poi un sorriso sottile le attraversa il viso. «È stato lì» sembra pensare. «Tutto è cominciato lì».
Mezzo secolo è trascorso da quella notte del 1870, eppure l’immagine non ha perso nitidezza. È una memoria che torna non come storia, ma come febbre: il velluto dei palchi, l’odore delle candele, la tensione che si arrampicava dalle platee fino al soffitto affrescato e un gesto capace di sfidare un’epoca.
Per capire Malvina, bisogna tornare a quella Roma sospesa tra mondi.
Nel 1870, la città viveva gli ultimi mesi del potere temporale dei papi e la censura pontificia vigilava su tutto: costumi, colori, parole, note. Il Teatro Argentina, pur sontuoso, non era che un’isola sotto sorveglianza. Tre ispettori ecclesiastici controllavano ogni sera la lunghezza delle gonne, le sfumature dei corpetti, perfino l’inclinazione di una spalla. Tra quelle regole, la più ferrea riguardava i colori: niente combinazioni che ricordassero la bandiera italiana. Il rosso era concesso, il bianco tollerato, il verde con cautela, ma mai insieme.
In quell’atmosfera di prudenza e ardore trattenuto, arrivò Malvina: diciassette anni, già prima ballerina. Figlia di contadini romagnoli e allevata dalla disciplina scaligera. A Roma era giunta per danzare, ma anche per respirare un’aria che stava cambiando.
L’episodio che avrebbe segnato la sua vita iniziò con un incontro: un uomo bussò alla sua porta presentandosi con un nome che non era il suo, una bugia cortese per ottenere udienza. Solo dopo rivelò la verità: era il Colonnello Randazzi, membro dello stato maggiore garibaldino. Le truppe nazionali si preparavano all’assalto di Porta Pia e per favorire l’insurrezione, era necessario un segnale, un gesto che incendiasse il pubblico romano, educato per anni alla prudenza ma pronto a esplodere al primo squarcio di libertà. Quel gesto — folle, semplice, pericolosissimo — doveva averlo lei. Malvina capì subito il rischio: bastava mostrare un tricolore per essere arrestata, bastava un accenno ai tre colori per far precipitare la sera in tumulto. Lei esitò un istante, poi accettò.
Quella sera, Roma era in grande parata. Era il compleanno del Cardinale Segretario di Stato e l’Argentina brillava di velluti e profumi d’ambra. Le autorità pontificie occupavano i palchi migliori. Il pubblico, elegante e irrequieto, si disponeva per non perdere un movimento delle ballerine, né un’ombra di disobbedienza. Malvina entrò in scena avvolta dal rosso del suo costume e Randazzi, Arlecchino per una notte, danzava con un’agilità inattesa. Nessuno avrebbe immaginato che sotto quella maschera si agitava la Storia. Il momento concordato arrivò durante una variazione. I due si avvicinarono, poi lei si lasciò cadere leggermente all’indietro sul compagno. Fu un gesto coreografico, nulla più, eppure bastò. La gonna si sollevò quel tanto che basta.
Bianco.
Rosso.
Verde.
Un colpo di luce attraversò il teatro e per un secondo, nessuno respirò. Poi, come un’onda che non si può più contenere: «Viva l’Italia!» Il pubblico si alzò in piedi in tumulto. I monsignori tentarono di fermare tutto, ma vennero travolti dalla folla. Il sipario cadde di colpo. Malvina, improvvisamente pallida, si trovò in mezzo a un caos che nessuna coreografia avrebbe potuto prevedere. Il fragore delle prime fucilate a ridosso delle mura cittadine arrivava come un tuono lontano. La città stava cambiando e il teatro era stato il suo preludio.
“L’evento più importante della mia vita fu il ruolo che ebbi nella liberazione di Roma […] I piani furono preparati e la notte seguente il posto dell’arlecchino nel balletto fu preso dal giovane ufficiale, che indossava un ricco costume verde. Il mio corpetto e la mia gonna erano di un rosso vivace. Alla fine di una danza molto efficace, caddi tra le braccia del mio partner secondo la consueta maniera del balletto, con il mio vestito rosso e le gonne bianche appoggiate contro il costume verde dell’arlecchino, mostrando così i colori nazionali che allora erano proibiti sul palcoscenico. L’effetto fu elettrizzante e quando il sipario calò, gli spettatori si precipitarono per le strade in preda alla più grande eccitazione. In breve tempo la città fu in subbuglio e Garibaldi vi entrò trionfalmente” (St. Louis Globe-Democrat – 5 giugno 1886)
La mattina seguente, davanti alla casa della ballerina, si radunò una folla enorme: soldati, patrioti, gente comune. Chiamavano il suo nome, la volevano vedere. Lei uscì sul balcone con un semplice abito bianco. Non bastava, dissero. Volevano il costume della sera precedente. Malvina scomparve un attimo e quando tornò, reggeva una grande bandiera tricolore, sventolandola davanti alla folla. Il boato fu immenso.
Gli uomini sotto il balcone strapparono la bandiera e ne divisero i lembi: volevano possederne un frammento, conservarlo come fosse un reliquiario laico di quella notte. In quell’istante — avrebbe raccontato anni dopo — capì che la danza può diventare gesto politico, che un palcoscenico può aprire un varco nella storia.
Quando Malvina, ormai donna matura, ricordò tutto questo al Morning Leader, non aveva il tono di chi si vanta. Al contrario, raccontava la notte del Teatro Argentina con una sorta di stupore retroattivo, quasi faticasse a riconoscere se stessa in quella ragazza di diciassette anni che sfidò un cardinale dicendogli, senza voltarsi: «Andate al diavolo!».
Diceva di non aver compreso, allora, la portata di quella scelta. Quel gesto — piccolo, quasi involontario, nascosto nel linguaggio della danza — era stato più grande di lei. E forse è proprio in questo che si rivela la forza di Malvina Cavallazzi: nel suo essere stata protagonista senza volerlo, nel permettere alla coreografia di diventare racconto civile, nel trasformare un palcoscenico in un luogo dove la libertà potesse apparire per un istante, luminosa e proibita.
Poche settimane dopo, Roma cadde sotto i colpi dell’artiglieria di Cadorna. Il potere temporale finì, il tricolore sventolò al Quirinale, e la città divenne capitale d’Italia. Il ricordo del gesto di Malvina rimase una storia sussurrata nei foyer dei teatri, un piccolo mito romano, un lampo di ribellione affidato alle memorie degli spettatori di quella sera.
Oggi, guardando il volto maturo della Cavallazzi nelle fotografie dei suoi anni americani, è difficile immaginarla adolescente, stretta in un costume rosso, mentre rischia la carriera, la libertà e forse la vita per un istante di verità. Eppure fu proprio in quell’attimo, nel silenzio che precedette l’esplosione del pubblico, che Malvina Cavallazzi entrò definitivamente nella Storia. Non danzò per compiacere il pubblico. Non danzò per ribellarsi. Danzò per essere se stessa e l’Italia, quella notte, salì con lei sul palco.
Note
Giorgio Ridolfi (giorgioridolfi001@gmail.com), lontano parente di Malvina Cavallazzi ha in corso di pubblicazione una biografia romanzata della danzatrice da cui è estratto il presente articolo.
Malvina Cavallazzi (Ravenna, 17 novembre 1852 – Ravenna, 23 ottobre 1924), fu attiva come danzatrice e insegnante non solo in Italia ma anche all’estero, segnatamente in Inghilterra e negli Stati Uniti. Sposatasi con l’impresario teatrale britannico Charles Mapleson, nel 1883 fu prima ballerina del Metropolitan Opera Ballet di New York ove, dal 1909, fu anche la prima direttrice della Metropolitan Opera Ballet School. Tornata in Italia morì nella sua città natale ove le è stata intitolata una via.